giovedì 5 marzo 2015


opera di Rob Goncalves

Niente mi costringe a fare il giro del mondo. Tutto mi spinge: la disponibilità, il desiderio di andare dove nulla mi attende, dove nessuno dice di andare. E poi c'è la ragione più importante, quella che riesco a formulare solo in seguito: non basta avere un indirizzo, occorre anche sapere dove si abita. Solo il viaggio apre le porte di una casa di cui si credeva di avere le chiavi. Questo lo si sa al ritorno, dopo aver visto come fanno gli altri, laggiù, a testa in giu, come aprono e chiudono le loro porte, come si rivolgono al popolo animale e al vento. Qual'è il loro giardino.
Gilles Clement - Ho costruito una casa da giardiniere - pag.137


Opera di Rob Goncalves

lunedì 2 marzo 2015

Tomba del tuffatore - Pompei

"La sera si fa sera,
tu non avrai compagni.
Ed allora verrà
la faina da te
per metterti paura.
Ma non prender paura,
prendila per sorella.
La faina conosce
e l'ordine dei fiumi
e i fondali dei guadi
e ti farà passare
senza che tu t'anneghi".

Franco Fortini da Poesie scelte

sabato 28 febbraio 2015




"Tin Win, che ci fai qui nel bosco?" gli chiese.  "Sto giocando» disse lui, senza alzare lo sguardo.  "Come mai tutto solo?" 
"Non sono solo".   "E dove sono i tuoi amici?"     
“Dappertutto. Non li vedi?"  Su Kyi si guardò intorno, senza scorgere nessuno.   "No" disse.  "I maggiolini, i bruchi e le farfalle sono miei amici. E gli alberi. Loro sono i miei migliori amici". "Gli alberi?" chiese lei, meravigliata.  "Non scappano via. Stanno sempre qua e raccontano tante cose. Tu non hai amici?"  "Certo che li ho" rispose la donna. Dopo una pausa aggiunse: «Mia sorella, per esempio". "No, amici veri". "Non gli alberi e gli animali, se è questo che intendi". Tin Win sollevò la testa, e la donna si spaventò. Non l'aveva mai visto bene, o era la luce del bosco che trasformava il viso del bambino in quel modo? Sembrava scolpito nella pietra, così regolare nei lineamenti e al tempo stesso così privo di vita da far paura. Quando i loro sguardi si incontrarono, lui la fissò con un cipiglio troppo severo e troppo serio per un bambino, e Su Kyi si spaventò di nuovo, perché intuì che, per la sua età, quel ragazzino sapeva fin troppe cose della vita. Ma un attimo dopo quel viso di pietra si illuminò di un sorriso dolce e pieno di nostalgia, un sorriso che Su Kyi non aveva mai visto e che le rimase talmente impresso nell'animo che ci mise giorni e giorni per liberarsene. Se lo ritrovava davanti la sera, ogni volta che chiudeva gli occhi, e la mattina, quando si svegliava.  
"È vero che i bruchi diventano farfalle?" chiese il bambino all'improvviso, quando Su Kyi fece per rimettersi in cammino.  
"Sì, è vero". "E noi cosa diventiamo?"


Jan Sendker - L'arte di ascoltare il cuore - pag.82-83


Opere di Duy Huynh




Poi ero sceso dal treno, in stazione, a Roma, e mi erano passati davanti un ragazzo e una ragazzo, e lei gli aveva chiesto “ E sei io avessi voglia di far la pipì?” 
E lui aveva risposto “Troppi congiuntivi, se vuoi pisciare, piscia”.
E io avevo pensato “Puttana vacca”.

Paolo Nori - La banda del formaggio - pag.146


venerdì 27 febbraio 2015

foto di Anton Jankovoy

Novità 

Sogno il mio sogno preferito
e la notte non finisce mai.
Gli alberi rivelano il loro alfabeto
e stelle che
parlano dell'infinito
di ogni soffio del vivere.
Costruisco madri passate
con la mano affondata nella notte.
Che bello era il suo angolo
dove echi vaghi la nominavano!
Così, di spalle a me,
fuggiva ad un paese baciato
dalla sua gelida gioventù.
Madre che
cucinavi distanze
nelle pentole del giorno.
Mi parli ancora
dalle crepe del tempo.


poesia di Juan Gelman

venerdì 20 febbraio 2015

opera di Duy Huynh


come un loto in uno stagno putrido, 
sii nel mondo ma non del mondo

Aravind Adiga - L'ultimo uomo della torre - Pag.173




Sull'altro lato della strada, oltre il traffico, vide il muro di cinta di un vecchio condominio di Juhu, che mostrava tre generazioni di strumenti di tortura: primitivi pezzi di vetro ficcati lungo la sommità del muro per tutta la sua lunghezza; al di sopra, una barriera di filo spinato arrugginito con le estremità annodate alla bell' e meglio; e sopra ancora, arrotolato in gigantesche spire, del filo spinato più luccicante con grossi spuntoni metallici, come quello che si vedeva nei film d'azione intorno alle basi militari americane, apparentemente meno minaccioso del vecchio filo arrugginito ma sicuramente più letale. Dietro quei fili spinati sovrapposti vide i baniani, tutti soffocati dalla recinzione tranne uno, vecchio e ormai grigio, le cui radici aeree si erano infilate attraverso il filo spinato e i pezzi di vetro per scendere lungo il muro come fango primordiale fino a sfiorare con le estremità rigogliose che quasi toccavano terra una famiglia senza casa che cuocevano il riso all'ombra; e, con ognuna di quelle radici che avevano sconfitto il filo spinato, il vecchio baniano diceva: Niente può fermare un essere vivente che vuole essere libero.
Aravind Adiga - L'ultimo uomo della torre - pag.440-441