domenica 17 aprile 2016

opera di Alberto Zamboni


Perdersi vuol dire imparare la strada.

Detto africano

lunedì 7 marzo 2016



"volevamo uccidere qualcuno
solo
per vedere l'effetto che fa"



opere di Zdzislaw Beksinski

mercoledì 2 marzo 2016




-Ma quando hai visto una cosa del genere, Danglard, - disse Adamsberg sottovoce,- un frammento ti resta sempre dentro. Qualunque cosa, bellissima o bruttissima, lascia sempre un po’ di sè negli occhi di chi guarda. È risaputo. Del resto, è proprio da questo che la si riconosce.
-Che cosa?- domandò Estalère.
-Quello che ho appena detto. L’estrema bellezza o l’estrema bruttezza. La si riconosce da quello choc, da quella briciola che resta.



Lungo la banchina, Estalère toccò la spalla del commissario, dopo che Danglard se ne era andato in fretta, come dispiaciuto di aver parlato troppo.
-Ma di quei frammenti di cose viste, uno che se ne fa, dopo?
-Li riordina, li dispone come stelle su un grande cartone che si chiama memoria.
-E non si possono buttare via?


-No, è impossibile. La memoria non ha una pattumiera.
-E allora cosa deve fare, uno, se non li vuole?
-Li aspetta al varco per ucciderli, come Danglard, oppure non ci bada. 
Fred Vargas - Un luogo incerto - pag.43


-Ci sono cose- disse Radstock, mentre Danglard traduceva in simultanea – che un uomo non è in grado di concepire finchè a un altro non viene la bizzarra idea di farle. Ma una volta fatta quella cosa, buona o cattiva che sia, diventa patrimonio dell’umanità. Utilizzabile, riproducibile, e addirittura superabile. L’uomo che si è mangiato un armadio dà a un altro la possibilità di mangiare un aereo. Così si svela a poco a poco il continente ignoto della follia, come una carta geografica si completa con il procedere delle esplorazioni. Noi ci avventuriamo alla cieca, aiutati solo dall’esperienza: è ciò che ho sempre detto ai miei uomini.
Fred Vargas - Un luogo incerto - pag.13 




domenica 14 febbraio 2016



Per essere grande, sii intero: non esagerare e non escludere niente di te. Sii tutto in ogni cosa. Metti tanto quanto sei, nel minimo che fai, come la Luna in ogni lago tutta risplende, perché in Alto vive.

Fernando Pessoa

giovedì 11 febbraio 2016

J.B. Simeon Chardin - autoritratto

Niente sul serio, tanta pazienza

Ingeborg Bachmann - Quello che ho udito e visto a Roma

opera di Eric Lacombe

Ebbene: ho coltivato da sempre, e in modo già quasi perfetto fin dall’infanzia, due immensi poteri: il potere di mentire e il potere di assentarmi, cioè di perdere la consapevolezza di me stesso e l'attenzione per ciò che mi circonda. Ma se dico che li ho coltivati, questi poteri, fino al punto che essi hanno condizionato il mio destino, non per questo ne ho mai compreso l’utilità, o l'eventuale significato. lo mi limito a falsificare, e a latitare. So solo che una cosa non va senza l`altra, come l'interno e l’esterno di uno stesso oggetto.   (…)                                                                                      
Dei miei poteri, mentire e sparire, ho già detto che non conosco né l'origine né lo scopo. Il potere di mentire è indipendente dall'abilità più o meno sviluppata di dire una bugia facendo si che qualcun altro ci creda. Da quel punto di vista, le mie capacità sono assolutamente nella media.                                                                       
Ciò di cui sto parlando non è un gesto ma una condizione, un’abitudine slegata dalla volontà, un perenne esercizio di falsificazione e, per così dire, erosione della realtà filtrata dalla mia coscienza.                                                                                          
Fin da quando ho imparato a parlare, faticosamente architettando i primi giri di frase, sono stato in grado di alterare e mistificare, correggere e confondere, omettere, accrescere, sostituire, diminuire.                                                                                             
Quella di essere creduto, in compenso, è sempre stata l'ultima delle mie preoccupazioni.  (…)                                                                                             Ovviamente, non posso affermare di conoscere, durante i miei periodi di latenza o assenza più o meno prolungata, uno stato di vera e propria felicità: in quel rifugio grigio e soffice dove mi ritrovo non si prova nulla, assolutamente nulla, nemmeno il sentimento dello spazio o quello del tempo che, almeno a quanto affermano i filosofi, sono la premessa di ogni altro sentimento.                                                      
Semplicemente, quello che si può definire con buona approssimazione il mio io deriva la sua ragion d`essere e il principio della sua sopravvivenza dal percorrere senza tregua questo moto circolare o meglio pendolare, così che, sempre respinto nell'assenza e nella vacuità dalla violenza del linguaggio, dall`urto insostenibile della comunicazione, io faticosamente riemerga alla coscienza al solo scopo di mentire, in attesa di una nuova spinta fuori dai confini della vita e della consapevolezza.

Emanuele Trevi - Il libro della gioia perpetua - pag.11, 15, 23